E allora perchè lo facciamo?

La prima volta che ho ammirato da vicino una nave da crociera è stata a Trieste, dalla punta Molo Audace, dove il vento soffia più forte. 

Lei stava lì, parcheggiata in centro città e pure senza pagare le righe blu. 

Era enorme. 

Più le persone le si avvicinavano, più si facevano piccole e questo gioco di dimensioni mi ipnotizzava. 

Stare in piedi sotto la prua di una “città galleggiante” fa impressione, mette in soggezione. Eppure c’è un momento in cui quella grandezza diventa ancora più reale, ancora più schiacciante…ed è quando ci si entra, in quella città. 

Io ci ho vissuto, in quella città.

La prima volta sono partita leggera, con le valigie spoglie di vestiti e cariche di entusiasmo, per poi nemmeno riuscire a chiuderle al momento di tornare a casa. 

In cinque mesi e mezzo le ho riempite di lingue straniere, di posti nuovi nel mondo, di culture diverse, di amici di altri paesi, ma anche di fatica, di pazienza, di sudore, di frustrazione e di ostacoli da superare.

Lavorare a bordo non è facile, non è una passeggiata e non è esclusivamente ciò che si vede sui social. Sulla carta può sembrare il mestiere ideale per chi desidera esplorare il mondo con uno stipendio garantito, ma non è SOLO questo. 

Imbarcare sulle navi da crociera per lavoro significa stare lontano dalla propria famiglia e dal proprio paese, lavorare senza giorni di riposo fino a undici ore al giorno, vivere in una cabina che diventa casa, ma che casa in fondo non è mai, passare tutto il proprio tempo a contatto con gli stessi colleghi che, come possono diventare cari amici, possono anche rivelarsi non proprio amichevoli. 

Tutto questo per uno stipendio che molto spesso, soprattutto i primi anni, si può trovare anche lavorando a terra.

E allora perché lo facciamo?

Alcuni raccontano di farlo per mancanza di alternative, altri perché vogliono trovare un modo per andare via di casa, altri ancora dicono che la monotonia della vita a terra stia loro troppo stretta. 

Ho ascoltato tante storie a riguardo e mi sono fatta un’idea.

Credo che lo facciamo perché, in fondo, amiamo il mare. 

E ancora di più, amiamo sentirci artefici del benessere e della felicità di chi quel mare sceglie di solcarlo insieme a noi. 

Matilde Rastelli